Il dialogo del lunedì

 

 

“Ti avevo detto di girare a destra… Perché ogni volta che andiamo alla ricerca di una spiaggia dobbiamo perderci? E poi non mi venire a dire che è colpa mia perché tutte le volte voglio una spiaggia diversa… Anche tu eri felice di abbandonare la solita spiaggia di tutte le estati.
La mappa potevi almeno guardare meglio…”

 

“Mi hai veramente rotto le scatole! Adesso mi fai il piacere di farmi fare retromarcia e ce ne andiamo tutti e due a Milano Marittima come fanno tutti i nostri amici. Se ti avevo detto che non mi piaceva la spiaggia era perché per prendere una bottiglietta d’acqua dovevo fare dei chilometri.
Quindi o te ne stai buona e calma e mi lasci guidare oppure alla prima stazione ferroviaria che trovo ti smonto dalla macchina e ti prendi un treno per dove ti pare a te…”

 

“Se non fosse che detesto i treni ne avrei preso uno…”

 

Il racconto di giugno

IL FUNERALE FELICE

III° PUNTATA

 

nella mia classe del preside. Aveva saputo da discorsi di insegnanti che c’era un
alunno che aveva preso dieci in una verifica e voleva fargli i complimenti.
Venne nella mia classe e disse che era contento che nella mia classe ci fosse un
così bravo alunno. Il fatto fu che il preside confuse le sezioni, e invece di andare
nella D venne da me nella B. E la cosa fece il giro della scuola. Tra noi alunni
la cosa fu ilare, ma lasciò il tempo che trovò e tutti si dimenticarono.
Al funerale, per prima cosa, non vidi girare nemmeno un piatto. E soprattutto
non fu a casa del preside, ma in una Chiesa, dove tutti stavano zitti e andavano
da una signora a portare i propri saluti. C’erano molti dei miei compagni di
scuola, e io mi aggregai a loro. Anche loro stavano zitti. Io provai a dire
qualcosa ma tutti si voltarono verso di me e mi fecero sentire talmente in
imbarazzo che mi diressi verso quella signora, pensando di fare una cosa
gradita e soprattutto che togliesse quella cappa addosso a me. Le chiesi quale
medico lo aveva liberato dal male, e lei mi guardò come se fossi un alieno. Ci
fu una donna che mi prese di peso da davanti alla signora e mi tolse di torno. Mi
disse che ero uno screanzato e un maleducato. Io provai a dire che non mi
sembrava di aver detto nulla di male, ma la donna continuò ad apostrofarmi
malamente e finì dicendomi che sarei dovuto andarmene. Stavo per replicare
che al funerale del mio cane non era andata in questo modo. Ma ebbi come il
sospetto che fare quello che facevano i miei compagni era la cosa migliore e me
ne ritornai da loro, anche se mi tennero in disparte in una panca dietro la loro.
Dato che ero in una Chiesa, e che erano tutti zitti in attesa di qualcosa, forse
avrei dovuto seguire una funzione, mi dissi. E questa dicitura fu azzeccata.
Stavo andando a tentoni, visto che la mia esperienza personale non era tanto
affidabile. Seguì la funzione. La cassa di legno in mezzo alla Chiesa venne
presa e portata dentro una macchina lunga tipo Station Wagon, ma tutta di vetri
trasparenti. Ci fu tutto un tragitto fino al cimitero, che riconobbi dalla scritta e
dal fatto che i miei genitori ne parlavano come il luogo dove finivano tutti gli
amici dei nonni, per la maggior parte, e lì il tragitto ebbe fine. Vidi la cassa
scendere in una fossa scavata con precisione. E tutto finì. Me ne stetti tra i miei
compagni che fortunatamente mi avevano riammesso nel gruppetto. E li mi misi
a raccontare di quella volta che sbagliò classe. A me venne da ridere molto
fragorosamente. Ai miei compagni le facce fecero una espressione di
sbigottimento, oltre agli sguardi che giravano intorno per scusarsi del mio
comportamento di fronte a tutta quella gente che parlava tanto seriamente. Si
fece il silenzio tutto intorno. Quello che rideva era l’unico che si sentiva. E chi
rideva ero io. Non sapevo cosa fare: starmene tra i miei compagni, anche se non
davano la sensazione di accettarmi tra loro dopo quella risata, oppure defilarmi?
In quel momento, guardando il cumulo di terra che copriva il mio ex preside, mi
rivennero alla mente i momenti felici con il mio cane. Dopo tanti anni da quella
festa per la scomparsa del mio cane, ebbi un sussulto. Una lacrima mi sgorgò
dall’occhio sinistro. E dopo quella altre. Tante. Al punto da dover scappare da
quella gente e nascondermi tra le lapidi nei corridoi chiusi. Ho pianto con anni
di ritardo tutte quelle lacrime che da bambino non avevo pianto. Scivolai seduto
a terra sul freddo marmo del pavimento e me ne stetti li per un momento che mi
sembrò interminabile, anche se durò solo pochi minuti. Al mio ritorno fuori tutti
mi guardavano. Non sapevano se ero serio o solo un cretino, o peggio ancora
uno stronzo che fa certe cose consapevolmente. La signora mi guardò. Stette a
guardarmi mentre io le dissi mi scusi. Mi sembrava la cosa più sensata da dire.
Lei disse grazie e tutta la gente si disperse per i viali del cimitero.
Durante il ritorno mi misi a pensare. Pensai che quello fatto al mio cane più che
un funerale era certamente un festino. E lo affermai in base al fatto che ad una
festa di miei compagni di classe c’era lo stesso passaggio di piatti e bicchieri
ma, con mia meraviglia, non si ricordava nessuno. Io non dissi nulla perché
probabilmente non conoscevo l’animale domestico ricordato. Ho sempre
pensato, stupidamente, che quel fare festa, a parte certe volte in cui si diceva
chiaramente che era una festa, fosse in memoria di qualcuno. Forse il fatto che
non si parlava di nessuno avrebbe dovuto farmi pensare, ma al funerale del mio
preside non avrei assaporato così abbondantemente e squisitamente tutta quella
botta di vita ricevuta per cui sono arrivato ad una conclusione: il mio funerale
deve essere una festa.
Quando morirò voglio che sia bello, che tutti ridano e possano essere felici.
Voglio fiumi di birra e tranci di pizza. E dolci e tanto altro ancora. Voglio
rendere la mia vita bella e piena di belle cose da poterle far ricordare a tutte le
persone che incontrerò lungo il mio cammino. Io voglio essere un bel ricordo
per quelli che mi vogliono ricordare, come è stato per Birillo.

FINE

La ricorrenza del venerdì

 

 

 

Un giorno per te importante, visto che sei oggi più vecchio di un anno. O forse preferiresti che certe cose non succedessero, come quella di compiere gli anni?
Di te è memore la doppia partecipazione, nella televisione italiana, su Italia 1 come attore e su Canale 5 come usciere. Naturalmente non è questo un modo per dire che la tua carriera è finita e che devi startene con la copertuccia a riguardarti registrato.
Per chi come te è passato dal cinema alla televisione al teatro qualcosa da fare certamente c’è. Basta solo cercare…
A parte questo… Buon compleanno.

 

 

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Si potrebbe tranquillamente che un soprannome senza troppa cattiveria per te sarebbe “Cultura”. Da quando tu esisti nella televisione italiana un grande programma, che tu hai cofondato, ogni giorno fa uno spiritoso, ma allo stesso tempo riflessivo e serio punto della situazione: Blob.
Oggi hai un anno in più. Un anno che può allontanarti da noi spettatori visto che chiunque, raggiunta una certa età, va in pensione.
Se puoi, non abbandonarci. Se non puoi, lascia dietro di te una traccia che qualcuno possa seguire.
Buon compleanno, Enrico.

 

 

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Che si può dire di te? Che sei un bravo showman, per incominciare. Che sai intrattenere il pubblico, tra le altre cose.
Se si parla di te viene subito alla mente “Colpo Grosso”, il gioco di spogliarelli che andava tanto di moda negli anni ottanta. Ma sei solo quello?
Forse nei paesi dove quel programma è stato rivenduto hai fatto furore. Ma il vero furore è vedere, come nel video sottostante, che quando ci sei tu una fiumana di gente ti vuole vedere. Che siano stati pagati è abbondantemente fuori luogo.
Quello che invece fuori luogo non è, è che tu con il pubblico ci sai fare. E il proposito di continuare a regalare felicità e spensieratezza non sarebbe tanto sbagliato, negli anni a venire.
Intanto buon compleanno. Poi la raccomandazione: sempre sulla cresta dell’onda!

 

 

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La ricorrenza del giovedì

 

 

Ti hanno chiamato “Il Re del Pop”. Si poteva dire diversamente di qualcuno che ha fatto la storia di questo tipo di musica? Si poteva negare ad una persona tanto eclettica e tanto prolifica questo titolo tanto pesante da portare ma di sicura sottolineatura del valore e della bravura?

Non c’è persona al mondo, perfino i bambini, che non sappiano chi sia. E’ un po’ come per Vasco Rossi in Italia: alcuni lo disprezzano, molti lo apprezzano, tutti lo conoscono. Vasco Rossi è una cosa diversa. Ma se si parla del mondo e della musica mondiale dire Michael Jackson è dire sicuramente di una canzone bella. Tutti ne hanno una in particolare…

 

 

La tua morte non è stata delle più belle. Qualcuno, vista la tua fama, ha voluto pubblicare un album postumo. Forse per sfamare quella fame di te che tanti hanno ancora sulla bocca e nella gola e nello stomaco. E’ sbagliato?

Sarebbe bello sapere se tu, da dove ti trovi, fossi contento. Basterebbe un colpo, come si dice nelle sedute spiritiche. Ma forse è meglio che di te si parli sempre meno. Adesso ti stai godendo il riposo meritato dopo la tua carriera e senza gli scandali che sono venuti fuori quando eri ancora in vita.

Ciascuno pensi quello che vuole. Ma tu, indipendentemente, sei e rimani il Re del Pop.

 

 

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La ricetta del mercoledì

 

 

Il figlio ha appena il tempo di appoggiare il borsone che il padre lo chiama giù dal piano terra per portarlo a pesca. Alessandro non ha assolutamente voglia di stressarsi le vacanze con le manie di suo padre. A cui ha detto di si sin dall’età di quattordici anni solo perché non voleva ripercussioni simili a quando papà gli propose di fare jogging insieme a lui e gli rispose che preferiva fare calcetto come i suoi amici e compagni di classe.
Ci vollero sei mesi prima che ci fosse un dialogo più profondo di un si o un no accennati praticamente perché obbligato. Da quel momento, oltre dipendentemente dal fatto che la paghetta in quei mesi fu praticamente dimenticata, Alessandro diceva di si a suo padre. Ma la sua voglia era praticamente a zero.
Si rifugiò nei compiti estivi come ripiego. Glielo disse dalle scale e il padre rispose che li avrebbe potuti fare più tardi. Aggiunse che se pasturava una volta era una economia per entrambi. Alessandro si trincerò dietro i suoi doveri di studente. La madre, sapendo tutto, volle dare man forte al figlio e allora il padre, due contro uno, si arrese.
Alessandro aprì libro alla pagina di esercizi e ci rimase mezz’ora. Il tempo sufficiente a far allontanare il padre con la barca e se ne sarebbe andato a zonzo per l’isola. La mamma intanto preparava la cena.
Si accorse che per la panzanella il pane non sarebbe stato abbastanza e decise di mandare Alessandro a comprarlo. Sarebbe stata la scusante per mandare il figlio in paese e così il padre non avrebbe fatto storie e non si sarebbe offeso.
Cammina che ti cammina, Alessandro vede sugli scogli una ragazza più o meno della sua età. Si avvicina e la saluta. I due vanno in paese, lui per un motivo, lei per un altro. La mano di lui slitta in quella di lei. Un leggero bacio dopo qualche centinaio di metri. Un abbraccio profondo e tante parole dolci dopo.
Se non è stato amore a prima vista questo, si disse lui tra se e se, molto ci si avvicina.

E’ stato davvero un affare non andare a pescare!

 

Il monologo del martedì

 

 

 

Mi sono sentito solo per la prima volta in vita mia dopo che Franca mi ha detto ciao ciao e se n’è andata con quel palestrato del suo ex condominio. Mi sono sempre chiesto se fosse vera l’equazione per cui a tanti muscoli corrisponde meno possibilità sessuali.

Molto probabilmente chi l’ha messa in giro non ha conosciuto il mio caso.

Io e Franca facevamo una vita tranquilla, con i nostri spazi e i nostri tempi.

Ma dove ho sbagliato? In quale forma di affetto sbagliata mi sono impelagato?

Comunque, l’inverno scorso sono rimasto solo. E non è stata tanto la mancanza di una donna con quello che solitamente è capace di fare per un uomo. Ma è stata la perdita di un soggetto che potesse ricevere le mie attenzioni. A me piace coccolare chi mi sta accanto. E i miei colleghi di lavoro ne sanno qualcosa. Ma una donna è sempre una donna. Non c’è collega che possa essere equivalente, oltre che sostitutivo.

Come ho trovato Elia? Più che altro è stato lui a trovare me. Tutti i giorni io rientravo con i sacchetti della spesa e lui faceva lo stesso tratto di strada con me. Non lo so il motivo, ma da quel cantiere dove lui dormiva era come se riconoscesse il mio passo.

E’ stato amore a prima vista con la mia casa e il mio terrazzo. Si è acclimatato subito. Ed è affettuosissimo. Mi ci è voluto un poco abbondante per fargli tutte le vaccinazioni e farlo guarire da un parassita rarissimo.

Adesso sono qui sulla riviera e non c’è un bagno dove il mio amico possa entrare.

Ce ne andremo alla spiaggia libera…