Il racconto di giugno

IL FUNERALE FELICE

III° PUNTATA

 

nella mia classe del preside. Aveva saputo da discorsi di insegnanti che c’era un
alunno che aveva preso dieci in una verifica e voleva fargli i complimenti.
Venne nella mia classe e disse che era contento che nella mia classe ci fosse un
così bravo alunno. Il fatto fu che il preside confuse le sezioni, e invece di andare
nella D venne da me nella B. E la cosa fece il giro della scuola. Tra noi alunni
la cosa fu ilare, ma lasciò il tempo che trovò e tutti si dimenticarono.
Al funerale, per prima cosa, non vidi girare nemmeno un piatto. E soprattutto
non fu a casa del preside, ma in una Chiesa, dove tutti stavano zitti e andavano
da una signora a portare i propri saluti. C’erano molti dei miei compagni di
scuola, e io mi aggregai a loro. Anche loro stavano zitti. Io provai a dire
qualcosa ma tutti si voltarono verso di me e mi fecero sentire talmente in
imbarazzo che mi diressi verso quella signora, pensando di fare una cosa
gradita e soprattutto che togliesse quella cappa addosso a me. Le chiesi quale
medico lo aveva liberato dal male, e lei mi guardò come se fossi un alieno. Ci
fu una donna che mi prese di peso da davanti alla signora e mi tolse di torno. Mi
disse che ero uno screanzato e un maleducato. Io provai a dire che non mi
sembrava di aver detto nulla di male, ma la donna continuò ad apostrofarmi
malamente e finì dicendomi che sarei dovuto andarmene. Stavo per replicare
che al funerale del mio cane non era andata in questo modo. Ma ebbi come il
sospetto che fare quello che facevano i miei compagni era la cosa migliore e me
ne ritornai da loro, anche se mi tennero in disparte in una panca dietro la loro.
Dato che ero in una Chiesa, e che erano tutti zitti in attesa di qualcosa, forse
avrei dovuto seguire una funzione, mi dissi. E questa dicitura fu azzeccata.
Stavo andando a tentoni, visto che la mia esperienza personale non era tanto
affidabile. Seguì la funzione. La cassa di legno in mezzo alla Chiesa venne
presa e portata dentro una macchina lunga tipo Station Wagon, ma tutta di vetri
trasparenti. Ci fu tutto un tragitto fino al cimitero, che riconobbi dalla scritta e
dal fatto che i miei genitori ne parlavano come il luogo dove finivano tutti gli
amici dei nonni, per la maggior parte, e lì il tragitto ebbe fine. Vidi la cassa
scendere in una fossa scavata con precisione. E tutto finì. Me ne stetti tra i miei
compagni che fortunatamente mi avevano riammesso nel gruppetto. E li mi misi
a raccontare di quella volta che sbagliò classe. A me venne da ridere molto
fragorosamente. Ai miei compagni le facce fecero una espressione di
sbigottimento, oltre agli sguardi che giravano intorno per scusarsi del mio
comportamento di fronte a tutta quella gente che parlava tanto seriamente. Si
fece il silenzio tutto intorno. Quello che rideva era l’unico che si sentiva. E chi
rideva ero io. Non sapevo cosa fare: starmene tra i miei compagni, anche se non
davano la sensazione di accettarmi tra loro dopo quella risata, oppure defilarmi?
In quel momento, guardando il cumulo di terra che copriva il mio ex preside, mi
rivennero alla mente i momenti felici con il mio cane. Dopo tanti anni da quella
festa per la scomparsa del mio cane, ebbi un sussulto. Una lacrima mi sgorgò
dall’occhio sinistro. E dopo quella altre. Tante. Al punto da dover scappare da
quella gente e nascondermi tra le lapidi nei corridoi chiusi. Ho pianto con anni
di ritardo tutte quelle lacrime che da bambino non avevo pianto. Scivolai seduto
a terra sul freddo marmo del pavimento e me ne stetti li per un momento che mi
sembrò interminabile, anche se durò solo pochi minuti. Al mio ritorno fuori tutti
mi guardavano. Non sapevano se ero serio o solo un cretino, o peggio ancora
uno stronzo che fa certe cose consapevolmente. La signora mi guardò. Stette a
guardarmi mentre io le dissi mi scusi. Mi sembrava la cosa più sensata da dire.
Lei disse grazie e tutta la gente si disperse per i viali del cimitero.
Durante il ritorno mi misi a pensare. Pensai che quello fatto al mio cane più che
un funerale era certamente un festino. E lo affermai in base al fatto che ad una
festa di miei compagni di classe c’era lo stesso passaggio di piatti e bicchieri
ma, con mia meraviglia, non si ricordava nessuno. Io non dissi nulla perché
probabilmente non conoscevo l’animale domestico ricordato. Ho sempre
pensato, stupidamente, che quel fare festa, a parte certe volte in cui si diceva
chiaramente che era una festa, fosse in memoria di qualcuno. Forse il fatto che
non si parlava di nessuno avrebbe dovuto farmi pensare, ma al funerale del mio
preside non avrei assaporato così abbondantemente e squisitamente tutta quella
botta di vita ricevuta per cui sono arrivato ad una conclusione: il mio funerale
deve essere una festa.
Quando morirò voglio che sia bello, che tutti ridano e possano essere felici.
Voglio fiumi di birra e tranci di pizza. E dolci e tanto altro ancora. Voglio
rendere la mia vita bella e piena di belle cose da poterle far ricordare a tutte le
persone che incontrerò lungo il mio cammino. Io voglio essere un bel ricordo
per quelli che mi vogliono ricordare, come è stato per Birillo.

FINE

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