Il racconto di luglio

Mamma

II°  Puntata

una buona parola o a deviare quello che veniva detto. Che cosa ci si poteva aspettare da due cugine con un metabolismo capace di digerire perfino i peperoni, di liquefare anche un etto di burro senza aggiungere un filo di grasso alla pancia?
Franca e Iole, le figlie della zia Maria, le sono state di grande aiuto. Dopo la morte di sua madre le hanno scongiurato quella classica depressione che capita quando hai trent’anni e tutto il mondo non ha ancora una posizione
perfettamente chiara. Tu sei li a vivere la tua vita, ed un incidente automobilistico causato dal classico cretino in moto ti toglie l’unico riferimento della vita. L’unica persona che non chiede nulla in cambio per un aiuto. Sono
state due donne che hanno saputo prendere per i capelli alla lunghezza giusta chi della loro famiglia ne aveva assoluto bisogno. Lasciando a se stesso il marito di Iole pur bisognoso di aiuto perché al bar il gomito era sempre sul
bancone. Iole ha visto in lei che bisognava scongiurare l’irreparabile. E ha visto in suo marito semplicemente qualcosa che si poteva posticipare in quando ad affronto. Dopo l’incidente, in ospedale, mi raccontò che l’avevano trovata sul ciglio del cornicione dove lei lavorava, al quarto piano. Ci volle tutto il tatto possibile per scongiurare il peggio, e convincere il datore di lavoro che si era  trattato di un gesto di disperazione. Il lavoro lo perse, ma le diedero lo stesso delle referenze, perché in fondo la cosa finì dopo l’articolo di giornale sul quotidiano locale. Ebbe fortuna.
Franca e iole mi hanno detto che per qualsiasi cosa ci sarebbero state. Io dissi loro che non disdegnavo una cenetta con loro. Non per solitudine, no. Ma per il fatto che mi sarebbe mancato qualcuno per cui fare qualcosa di banale come il mangiare per i pasti. Non sono ancora pronto per riversare quella cura e quella voglia solo su me stesso. Non c’è ancora nella mia vita qualcuno oltre lei che mi possa far sentire la stessa gioia e mi dia la spinta disinteressata che mi ha sempre dato lei.
Qui in casa le cose che la ricordano sono tantissime. La sua cura nel dettaglio non manca anche negli angoli più reconditi. Il fatto poi di dover affrontare il suo armadio per fare pulizia di quello che aveva lei non so se ce la farò. Non so fino a che punto la freddezza e la glacialità che tante volte mi hanno aiutato questa volta mi potranno essere utili. In questi casi piangere aiuta. In questi casi bisogna fare tesoro di tutti quei ricordi che la mente altrimenti dimenticherebbe per fare posto ad altro materiale mnemonico. In questi casi lei non c’è e bisogna inventarsi un pieno per riempire un vuoto. Spero di non farlo troppo in fretta e spero di non sbagliare cosa o persona.
Mi verrebbe da prendere un animale. Un cane o un gatto, oppure qualche altra compagnia. Forse le cure da dare a loro sono quel riempitivo. Forse dovrei pensare in fretta, prima che il dolore scavi un solco abbastanza forte e faccia
deposito nel mio cuore.

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