Il racconto di agosto

Il gruppo

II puntata

 

Non mi azzardai, dopo il naufragio, a prendere la parola tra noi due. Io ebbi la mia parte di eredità e lei la sua. Decidemmo di comune accordo che io avrei tenuto l’appartamento e le avrei liquidato la sua parte. Lei mi disse un semplice si, con molta svogliatezza. Lo disse come se fosse obbligata dall’educazione, più che spinta da una correttezza dialettica. Ma lo disse.

Da quel momento io iniziai la mia vita. Avevo quasi vent’anni. Mio nonno era nella politica e certamente, se glielo avessi chiesto, un posto me lo trovava. Ma sfortunatamente morì un anno dopo la mia famiglia. Io avevo seguito il suo consiglio di farmi una formazione universitaria, così da avere una base da cui partire per una eventuale raccomandazione. Mi misi d’impegno a passare gli esami anche con una buona media, tranne per quegli esami per cui il professore era un vero tirchio. Ma il giorno in cui presi trenta ad un esame di matematica ricevetti una telefonata in cui mi dicevano che il babbo di mia mamma, che io andavo a trovare praticamente tutti i mesi e a cui portavo i suoi dolcetti preferiti, i cannoli alla siciliana, era morto. Durante il sonno.

Mi chiesi: e adesso? C’era mia nonna, di cui non mi dovevo preoccupare visto che ereditava tutti i soldi del nonno e la reversibilità della pensione. Era sistemata senza che io dovessi sborsare un quattrino. Ma a me chi mi sistemava?

Mi dissi che una laurea era comunque un buon punto di partenza. E continuai a studiare. Schivando depistaggi e stronzi vari che se non facevano allontanare uno studente dal suo percorso non erano contenti, arrivai alla laurea. Non ebbi la lode. Ma avevo un gruppo di amici che erano diventati praticamente la mia famiglia.

Un fine settimana alternato ci riunivamo a casa mia, e si parlava dei nostri problemi. Si dialogava sui massimi sistemi. Si faceva comunella. Eravamo, chi più chi meno, degli orfani. Se non di madre o di padre, della vita. Eravamo, e siamo stati, delle persone che hanno trovato negli altri un modo per non piangere alla prima difficoltà. Per non demoralizzarsi davanti ad un problema di cui non c’era la soluzione. Ognuno aiutava l’altro e da questo aiuto nasceva la forza per aiutare anche gli altri. Quello che comunemente si potrebbe chiamare un gruppo di autoaiuto. Solo che non finiva dopo la fine della seduta e tutti si ritornava alla vita quotidiana: la quotidianità eravamo noi.

Dopo la laurea trovai un co.co.pro dopo l’altro. E ho retto questo andazzo fino a che anche i soldi di mia nonna, la mamma di mia mamma morta nell’ospizio, mi passarono in eredità.

Quando mi ritrovai con solo qualche migliaio di euro sul conto corrente, decisi che avrei provato a riappacificarmi con mia zia, che era sparita completamente dalla mia vita.

Quando dico che era sparita, significa che non la sentii più nemmeno per gli auguri pasquali o natalizi. Mi disse una vicina che mi aprì quando mi decisi ad…

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