La domanda di oggi…

Convivere o distruggere in nome di una cultura?

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L’Italia piange…

…ma non lacrime, altrimenti i problemi sarebbero risolti.
Ebbene si: siamo ritornati a rischio acqua. Nel senso che il sole prolungato e il caldo davvero poco tollerabile stanno prosciugando i fiumi e i laghi.
Non si può negare che l’Italia è un paese sole-dipendente, visto che il turismo marittimo e ambientale, nel senso delle montagne e delle campagne oltre al mare e alle spiagge, campa sul fatto che il sole splenda e che la pioggia sia ben distante e meno intensa possibile. Ma la questione è che non solo la flora risente della mancanza di pioggia, ma anche le persone che vivono la loro vita quotidiana.
Detto più semplicemente: non si può campare con l’aria condizionata accesa praticamente ventiquattr’ore lasciando stare gli esercizi commerciali, in special modo quelli che non possono evitare una macerazione della propria merce.
Non si sa fino a che punto il paese possa reggere una mancanza idrica che alcuni siti di informazione iniziano a documentare qua e la nello stivale. Una cosa però è certa: bisogna fare una corale danza della pioggia. Che non è solo una comune preghiera per far piovere: l’acqua se non la puoi ricevere dal cielo devi fare in modo che la gente sia educata a non farla sparire da sotto la terra.
Un buon paese, uno stato che può vantare dei cittadini ottimizzati e una cultura della sopravvivenza funzionale al buon proseguimento della vita deve anche passare da un protocollo dell’utilizzo delle risorse idriche di tutto il paese. Della serie: invece di innaffiare il giardino tre volte al giorno, se necessario far capire al singolo privato che un giardino meno rigoglioso ma l’acqua nei tubi della rete idrica è un punto di vantaggio rispetto a una situazione in cui tutti guardano solo il proprio e nessuno guarda il comune, che serve tutti lo stesso. Per non parlare dell’acqua che in casi di emergenza servirebbe a spegnere incendi con le forze dei vigili del fuoco.

Si può fare al mondo la doccia a secco?

La domanda è una sola:

: come mai Vittorio Sgarbi si è messo a fare di nuovo pubblicità?
La domanda è assai precisa: ancora una volta Vittorio Sgarbi, il più famoso critico d’arte italiano fa da testimonial ad un prodotto commerciale. Forse pochi si ricordano che lui fu ingaggiato da una compagnia di distribuzione di zucchero per avere la sua faccia e le sue intemperanze al servizio del marchio di zucchero.
Il dottor Sgarbi, beninteso, ha tutto il diritto di fare la pubblicità che preferisce. Ma ad avviso di chi scrive non mi metterei a giocare tanto con la sua materia di studio principale.
Per chi non avesse seguito, il riassunto è semplice: Sgarbi si è messo in viaggio, dopo averlo annunciato, per riportare la Monnalisa dal Louvre di Parigi in Italia. Ma come ben documenta il sito de “Il Post” di Luca Sofri si è trattato null’altro che di una pubblicità per una nota marca francese di automobili che ha messo in commercio una serie con il nome di riferimento “Monnalisa”.
Che si trattasse di una pubblicità non lo avevo assolutamente capito. Al massimo sarei arrivato a sentire l’odore dello scherzo cosi, per fare polemica o per produrre quella reazione che non è scandalo, ma smuove lo stesso le acque a fini culturali.
Mi dispiace molto per Sgarbi, perché non è qualcuno così a caccia di notorietà avendone già di suo una scorta ragguardevole. Ma stavolta non mi è piaciuto assolutamente quello che ha fatto. Ci sono molti altri modi di fare pubblicità, ma sfruttare una pecca della collezione artistica del nostro paese non era veramente da mettere in atto.

Di che marca era l’automobile pubblicizzata?

Si potrebbero scrivere…

… righe su righe, concetti su concetti riguardo quello che è successo e che continua a succedere, vedi il caso ad Orlando in America, su stragi e rivendicazioni.
Quello che francamente stupisce è il fatto che ci si affida al mitra fuori da casa propria quando si è padroni di finanziamenti così ingenti da potersela comprare la terra che si conquista con il coltello in mezzo ai denti.
Detto così ha una sua complessità. Andiamo passo per passo…
La prima parte è dire che da qualche parte i soldi per le armi i terroristi li trovano. Quello che non si capisce è come mai invece che comprare un chilo di esplosivo al plastico e tutto il resto dell’equipaggiamento non si radunano tutti i soldi da tutte le parti del mondo in cui sono distribuiti e non si va da un governo e gli si chiede di comprare dei territori.
Non ci credo che un paese pur di fare cassa non accetti di vendere laddove magari la penetrazione culturale dei compratori è più forte, e non ci sarebbe violenza nel passare da un governo ad un altro. Ma ci sarebbe per il governo venditore difficoltà di controllo e di mantenimento dell’ordine.
Perché in fondo l’Isis, a scanso di legittimazioni al 100%, sembra volere solo una terra sua. Tra tutte le cose. Ciò che è illegittimo e illegale va combattuto, su questo non ci piove. Ma se poi ci si deve ridurre a fare guerre su guerre con morti su morti, perché l’Isis non ha avuto l’intelligenza di farsi imprenditore e non guerrafondaio? Perché non si è messo alla pari di un altro governo e non ha dimostrato di essere più bravo sulla base dei fatti e non sugli attentati che bestialmente ha messo in atto in giro per il mondo?
Facendo in questo modo non fa altro che il suo svantaggio, perché se ha una idea di mondo vivibile che altri paesi possono copiare, magari anche solo per un particolare tra migliaia di sbagliati per altre realtà nazionali e continentali, dovrebbe far vedere di essere capace di portarlo avanti. E non lanciare allo sbaraglio delle persone farcite di esplosivo o con un mitra carico, con lo scopo di creare il terrore intorno a loro.

Diciamocelo francamente: a fare l’attentatore, coraggio a parte, e a far fare l’attentatore sono bravi tutti. A fare il guerrafondaio basta avere la lingua svelta per convincere un esercito: una cosa che si può imparare.
A fare il capo di stato non sono bravi tutti. Ma è la sfida più affascinante che si potrebbe lanciare al mondo intero. Sempre se la terra dove farlo non devi conquistarla con un fiume di sangue…

Alla fine dei conti…

… il Mein Kampf di Adolf Hitler è un libro.
Forse si fa passare questo particolare sotto traccia.
E come tutti i libri, tranne qualche parte di lettori che ne possono essere ipnotizzati dalle parole e dai concetti, un buon lettore sa, forse è meglio dire un buon intellettuale, che bisogna trattarlo nei dovuti modi.
Ma non evitando di sgualcire le pagine o la copertina. Si tratta dell’essere una fonte di informazioni.
E’ come dire che siccome sui giornali escono le notizie dei femminicidi allora dopo averli letti si può provare l’ebrezza di ammazzare la propria moglie o la propria compagna, facendo anche piazza pulita della figliolanza per finire sicuramente in cronaca su giornali e tg.
Quindi se si vuole fare un buon servizio alla cultura italiana, come è stato certamente l’intento di Sallusti con questo progetto editoriale, si faccia sapere da fonti autorevoli nei desertici talk show italiani delle reti maggiori come trattare quel libro, piuttosto che farne una pietra di scandalo più di quanto possa essere.
Beneinteso: una pietra di scandalo lo è, vista la reputazione dell’autore.
Ma per sapere se l’alcool fa male al proprio organismo, mi si scusi il paragone, i modi sono due: o te lo dice un medico prima se puoi bere o meno, in questo caso spiegare il libro per quelli che vogliono leggerlo, oppure bevi a rischio della tua salute mettendo in conto di poterti sentire male, forse morire.

Credo sinceramente saranno in pochi a voler rischiare la propria tranquillità mentale per un libro “pericoloso”. Quindi nell’aria c’è certamente fame di analisi e commento su questo oggetto di scandalo, che è il libro di Hitler.
La curiosità sarà vedere se l’appello al mondo della conoscenza verrà ascoltato. E se non ci si continuerà a rinchiudere nelle segrete stanze degli atenei.

Magari anche dicendo un no motivato ad un eventuale acquisto in libreria dopo l’edizione de “Il Giornale”…