In alcuni casi l’impegno che…

…  uno mette nella vita non è sufficiente. Perché c’è una donna, nella vita perfino delle donne stesse e dei gay, che può metterci il proprio zampino a favore o a sfavore di quello che stai facendo: si tratta della Fortuna. Ed è a lei che oggi è indirizzata la lettera.

Cara dea bendata o meglio detta Fortuna,

io non credo di essere una persona che da te non ha avuto determinate cose. Ho una famiglia che mi vuole bene, un sacco di persone che a loro modo mi vogliono bene e che io rispetto per tutto quello che direttamente e indirettamente mi fanno capire delle cose di tutti i giorni e della vita in generale. Non posso lamentarmi nemmeno del fatto che ho un tetto sulla testa, un lavoro che mi da qualcosa da vivere con un sacco di colleghi che mi rispettano e che io a mia volta credo di dimostrare rispetto nei loro confronti. Sono riuscito anche, pur se non al 100%, a fare qualcosa che nella vita mi piacerebbe fare e da cui ho un sacco di soddisfazioni. E in quel campo ho un sacco di soddisfazioni interne ed esterne. La vita è bella e ricca di cose belle e positive, un poco per merito mio un poco assolutamente per merito tuo. E quindi non c’ho in nessun caso da lamentarmi. Però oggi mi sono messo a fare qualcosa per cui mi sono preparato da mesi. La domanda unica è questa: potevi cavolaccio infame farmi staccare quello che avevo preparato dalla carta forno? Mi sarebbe bastato questo, piuttosto che la più assoluta tenacia di quella maledetta carta forno che non faceva il suo lavoro. Se magari la prossima volta tu fossi leggermente più benevola, magari non dovrei fare la figura del deficiente. Comunque non mi voglio lamentare fino in fondo. In fondo ci sono altri problemi nella vita. Credo di aver fatto quello che dovevo fare. E adesso vedremo quello che mi concederai.

Comunque grazie di tutto e sempre pronto a dimostrarti la mia amicizia.

Sinceramente tuo

Matteo

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La notizia di per sé…

… ha un che di strano. Soprattutto perché la scuola la si è conosciuta quando la tecnologia aveva qualche passo in meno.
Sembrerebbe che a scuola ci sia il divieto di utilizzare il cellulare, in particolare quello che hanno tutti in dotazione: lo smartphone.
Lancio una proposta: da parte degli studenti ci deve essere un codice deontologico per la categoria dello studente. Cioè si adottano delle linee di comportamento quando si è a scuola tanto durante il tempo libero dallo studio, quanto durante compiti in classe e interrogazioni.
Perché di per sé non c’è nulla di sbagliato nell’utilizzo di un oggetto, se l’utilizzo è virtuoso. Se non lo è, si può demonizzare a più non posso. Ma sempre restando all’interno del concepibile.
Un insegnante, per dirla più semplicemente, ha tutto il diritto di lamentarsi dei cellulari. Ma non la può fare più grande di quanto la cosa sia in realtà.
Una persona oggigiorno non può non fare affidamento sui propri contatti internettiani e chattistici. Un buon educatore non può, accennando un flebile non deve, prescindere dalla sfera privata di un alunno. Ma dall’altra parte ci deve essere un sistema di autocontrollo studentesco, una maturità tecnologica che abbia al suo interno anche il rispetto per l’istituzione scolastica. Che deve, è bene sottolinearlo, formare i nuovi cittadini del paese non soltanto riempiendoli di nozioni. Non soltanto facendogli imparare a memoria la lezione…

Un buon cittadino moderno, per non dire contemporaneo, non può non prescindere dalla capacità di utilizzare i mezzi tecnologici tanto lavorativamente quanto privatamente e pubblicamente.
La scuola dovrebbe insegnare non soltanto che due più de fa quattro e che Garibaldi era l’eroe dei due mondi, ma anche a fare buon e ci aggiungo virtuoso uso della tecnologia.