Ci sarebbe da parlare…

… del disastro ferroviario di cui tutti, tra ieri quando è successo e oggi, parlano. Ma le cose a dire sarebbero sempre le stesse. Tra cui nell’ordine: ritardi sui lavori di manutenzione, scandalo su metodi obsoleti di comunicazione, società private con mancanza di controlli altrove esistenti, eccetera.
La cosa che a parere di chi sta scrivendo questo preme dire maggiormente è che, come è successo per Crevalcore e per Viareggio, ci si dimentica subito di quello che succede. Nel senso: la vita va indubbiamente avanti, ma chissà come mai non imparando mai la lezione.
Nel mondo di disastri ferroviari ne succedono sicuramente, anche se ne si sa poco. E i media hanno il loro bel daffare per farlo sapere alla gente. Ciò che invece non si sa mai è che le società controllanti di un determinato servizio hanno terminato di fare i loro investimenti interni. Cioè hanno fatto quello che andava fatto per dare sicurezza alla gente che usufruisce dei loro servizi, prendendo spunto da quei disastri nel mondo per migliorarsi.
Perché alla base di tutto c’è sempre la gente. Che vuole sicurezza sui propri trasporti, e non il dover piangere lacrime davanti ad una carcassa di un vagone del treno o di una macchina coinvolta in un incidente per la strada. Per intendersi: vuole sicurezza in generale, trasporti o non trasporti.
Solo la gente è il vero giudice di tutto. Ed è a loro che chi di dovere dovrebbe chiedere scusa per non aver adoperato solerzia nel proprio impiego.

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La notizia di per sé…

… ha un che di strano. Soprattutto perché la scuola la si è conosciuta quando la tecnologia aveva qualche passo in meno.
Sembrerebbe che a scuola ci sia il divieto di utilizzare il cellulare, in particolare quello che hanno tutti in dotazione: lo smartphone.
Lancio una proposta: da parte degli studenti ci deve essere un codice deontologico per la categoria dello studente. Cioè si adottano delle linee di comportamento quando si è a scuola tanto durante il tempo libero dallo studio, quanto durante compiti in classe e interrogazioni.
Perché di per sé non c’è nulla di sbagliato nell’utilizzo di un oggetto, se l’utilizzo è virtuoso. Se non lo è, si può demonizzare a più non posso. Ma sempre restando all’interno del concepibile.
Un insegnante, per dirla più semplicemente, ha tutto il diritto di lamentarsi dei cellulari. Ma non la può fare più grande di quanto la cosa sia in realtà.
Una persona oggigiorno non può non fare affidamento sui propri contatti internettiani e chattistici. Un buon educatore non può, accennando un flebile non deve, prescindere dalla sfera privata di un alunno. Ma dall’altra parte ci deve essere un sistema di autocontrollo studentesco, una maturità tecnologica che abbia al suo interno anche il rispetto per l’istituzione scolastica. Che deve, è bene sottolinearlo, formare i nuovi cittadini del paese non soltanto riempiendoli di nozioni. Non soltanto facendogli imparare a memoria la lezione…

Un buon cittadino moderno, per non dire contemporaneo, non può non prescindere dalla capacità di utilizzare i mezzi tecnologici tanto lavorativamente quanto privatamente e pubblicamente.
La scuola dovrebbe insegnare non soltanto che due più de fa quattro e che Garibaldi era l’eroe dei due mondi, ma anche a fare buon e ci aggiungo virtuoso uso della tecnologia.